In Asciano — Bene culturale
Pieve di S. Ippolito
La pieve di Sant’Ippolito è la chiesa più antica di Asciano, annoverata a partire dal 714 tra le strutture religiose contese fra i vescovi di Siena e di Arezzo mantiene i diritti di chiesa battesimale, con fonte per immersione, fino al 998 quando il titolo passa alla vicina chiesa di S. Agata nel borgo di Asciano. La pieve è citata nella bolla di papa Alessandro III del 1178 e, dalla seconda metà del Trecento, diviene sede di un convento dei Gesuati, forse dal 1367 anno in cui Girolamo d'Asciano è eletto generale dell'ordine, dopo la morte del Beato Giovanni Colombini che ne fu il fondatore. Con la soppressione dell’ordine nel Seicento, la chiesa è abbandonata fino al 1875 quando viene acquistata da privati e nuovamente officiata dal 1887 per cadere ancora in oblio col declino della mezzadria e così resta fino agli anni ’80 del Novecento. In fondo all’unica navata, a tutta parete, è conservato uno splendido affresco, di scuola umbra di straordinaria bellezza la cui descrizione è lasciata alla sintesi di vari contributi redatti dallo storico dell’arte Divo Savelli alle cui ricerche si deve la riscoperta dell’opera e, in relazione ad essa, l’iniziazione degli studi sulla ricostruzione del tracciato storico della Via Lauretana senese. «Erano i primi d’agosto dell’anno 1984 quando vidi per la prima volta, dal vero, l’affresco nella parete absidale della pieve di Sant’Ippolito. In una grande nicchia centrale e quattro nicchie laterali disposte in numero di due per lato, sullo sfondo di un paesaggio collinare, si svolge una Sacra Conversazione; la Madonna col bambino ne sono il centro compositivo, a sinistra si collocano San Pietro, più prossimo al trono, e San Cassiano mentre a destra della Vergine stanno, speculari, San Paolo e Sant’Ippolito. Completano la composizione da sinistra: San Domenico e Sant’Agostino e, sulla destra, Sant’Antonio da Padova e un lacerto di una figura. Trattasi di un probabile San Girolamo che, al tempo del mio primo sopralluogo, si presentava completamente celato da un tendaggio posticcio e che, di recente, un restauro ha riportato alla luce. L’affresco, semisconosciuto allora, manteneva, per carenza di studi, l’ottocentesca attribuzione a Giacomo Pacchiarotti, pittore senese minore di fine ‘400 inizio ‘500. Eppure appariva da subito evidente la presenza di più mani, nessuna di queste formatasi alla scuola senese. Già al tempo di quella prima visita rimasi colpito dalla grande qualità dell’opera nel suo complesso e, in special modo, dalla figura del Sant’Ippolito. Di tecnica pittorica eccezionale e di fisionomia finissima il giovane Santo soldato, rappresentato con mantello e spada, è il solo tra i Santi collocati nella nicchia centrale, tutti rivolti alla Madonna, a guardare nella direzione di chi si avvicina all’altare assumendo così una speciale rilevanza nella composizione. Nello sguardo rivolto verso l’osservatore, nei lineamenti di quella figura e nel suo straordinario pregio pittorico, riconobbi immediatamente l’autoritratto di un giovane Raffaello raffiguratosi con il volto incorniciato dai lunghi capelli e la testa leggermente sporgente in avanti, nella posa ben nota e comune a tutti i pochi autoritratti conosciuti del pittore. Anche il San Paolo appare attribuibile all’urbinate come forse tutte le figure, seppur rimaneggiate, a destra del trono, mentre la Madonna col bambino è riconducibile alla mano del Pinturicchio secondo una tipologia più volte riscontrata in molte opere eseguite dall’artista in Umbria, a Roma ed a Siena. Sempre di scuola umbra ma di mano non identificata sono le figure di San Pietro e di San Cassiano mentre quelle di San Domenico e di Sant’Antonio da Padova sono profondamente rimaneggiate sul finire del cinquecento». Ma cosa ci facevano il Pinturicchio ed i suoi allievi in quella che, in quegli anni ’80, di molto antecedenti al rinnovato interesse per i pellegrinaggi a piedi, appariva una remota chiesa di campagna? La presenza della bottega umbra ad Asciano si spiega facilmente mettendo in relazione la chiesa con l’antico tracciato della via Lauretana senese che, grazie soprattutto a questo prezioso indizio, in seguito è stata ricostruita integralmente nel suo tracciato filologico. «Analogamente il passaggio della via di pellegrinaggio rendeva ragione di un’altra cosa che mi colpì a prima vista dell’affresco ovvero del fatto che, ai lati del trono della Madonna, in posizione centrale, si collocassero non i Santi Ippolito e Cassiano, cui la chiesa è intitolata, ma gli Apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma giacché, come tutte le strade che conducono al Santuario Mariano, anche la Lauretana senese era posta sotto la diretta protezione del Vaticano.» Se si considera anche che i frati gesuati, che avevano in Sant’Ippolito il loro convento, erano tradizionalmente dediti all’ospitalità di viandanti e pellegrini, se si ricorda come essi fossero noti per essere protettori del Perugino e della sua scuola, nonché sapienti artigiani e fabbricanti di colori si comprende come presso di loro gli artisti umbri in viaggio da Perugia a Siena trovano non solo una comoda sosta ma anche le migliori condizioni per lavorare. Ma perché fermarsi a dipingere a Sant’Ippolito un affresco e quale era il motivo del viaggio del Pinturicchio? Certamente l’affresco di Asciano si contestualizza nella fioritura di opere d’arte a soggetto sacro, in tal caso mariano, che accompagna il grande giubileo di Mezzo Millennio quando, per rispondere alle esigenze spirituali delle moltitudini di pellegrini, ovunque, sul tracciato dei cammini si moltiplicano le immagini a immancabile supporto della devozione. Laddove è improbabile che la bottega del Pinturicchio si scomodasse a recarsi ad Asciano per ornare l’umile pieve dei frati è invece verosimile e convincente l’ipotesi che questi ultimi, trovandosi ad ospitare gli artisti pellegrini in viaggio da Perugia a Siena, non si siano lasciati sfuggire l’occasione di una committenza a una bottega tanto illustre. Proprio sul nascere del Cinquecento i pittori umbri si trovano a percorrere in più occasioni la strada per Siena dove una committenza raffinata e stanca di una pittura divenuta di maniera, cerca nell’Umbria di Perugino, così come anche nel Nord Italia di Sodoma (che ritroveremo nella Sacra conversazione della cappella di S. Michele alla Fratta) nuovi spunti per un’arte innovativa. Trattasi, in particolare, del cardinal Francesco Todeschini Piccolomini, futuro Papa Pio III, che in quel tempo convoca, come attestano i documenti d’archivio, Pinturicchio ed il suo allievo per prendere accordi sul progetto pittorico della costruenda libreria Piccolomini cui i due artisti avrebbero di lì a poco atteso. È questo il fortunato contesto storico-geografico che ha portato nella piccola pieve di Asciano un capolavoro dell’arte rinascimentale che, dopo cinque secoli, può tornare oggi ad ispirare le devozioni dei nuovi pellegrini così come suggellò quella del giovane Raffaello che, per mezzo dell’opera, si dedicò alla Vergine lauretana, scrivendo, una volta e per sempre, cosa che non farà mai più, il suo nome sul bavero del giovane sant’Ippolito, suo autoritratto.
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