In La Fratta — Bene culturale
Cappella di San Michele alla Fratta
Datata ai primi decenni del Cinquecento la piccola chiesa rurale è costruita in forme monumentali che, afferma lo storico dell’arte Bruno Santi in un saggio del 1996 sintetizzato nella presente scheda “appaiono singolarmente contrastanti con l’ubicazione isolata e pienamente rurale della cappella. La sua architettura possiede le caratteristiche quasi di tempio aulico e gentilizio, spiegabile certo con l’appartenenza all’illustre tradizione delle nobili famiglie che hanno dimorato nella villa” (Santi, 1996). L’altare è incorniciato in un’edicola classicheggiante che si rifà alle cappelle secentesche della Cattedrale dell’Assunta di Siena e già prelude, per sfarzo e morbidezza, allee linee sinuose del barocco. Nel timpano due angeli reggono il baldacchino che reca la colomba dello Spirito Santo. La parete di fondo è ornata da tre affreschi di straordinario pregio, realizzati nel 1530 dal pittore vercellese Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma. La composizione centrale consta di una Sacra conversazione affollata di figure radunate attorno ad una Madonna in trono col Bambino, tema ricorrente nei cammini mariani e già osservato nel pregevole affresco di Sant’Ippolito ad Asciano. A sinistra della Vergine, in primo piano San Michele Arcagelo, con spada fiammeggiante, effettua la psicostasia su una bilancia dorata. Nel piatto più alto e vicino al Bambino, un’anima leggera, orante, implora per la sua anima ricevendo la salvezza dal piccolo Gesù benedicente. Nell’altro piatto più distante e basso per la gravità del peso, si colloca l’anima dannata.
Alla destra della Vergine si distinguono Sant’Antonio da Padova, raffigurato come di consueto col cuore ardente in mano, e Santa Caterina da Siena. Più in basso Raffaele e Tobiolo si guardano intensamente. A sinistra si collocano una giovane Santa incoronata, forse Caterina d’Alessandria; e San Giovanni Battista, tradizionalmente raffigurato col cartiglio indicante il Redentore. Sulle pareti più piccole ai lati dell’altare sono ritratti, rispettivamente a sinistra un San Girolamo accompagnato dal leone e contemplante il crocifisso durante la penitenza e, a destra, un San Francesco in atto di ricevere le stìmmate e circondato da un paesaggio selvatico, aspro e solitario che rimanda alle suggestioni ieratiche della Verna, animato solo dalle minute figure di qualche sparuto viator. Secondo lo storico dell’arte Divo Savelli in queste minute figurine che più e più volte ricorrono negli sfondi degli affreschi sulle vie di pellegrinaggio è possibile ravvisare la Sacra famiglia nel viaggio ritorno dalla fuga in Egitto ritratta a rassicurazione dei pellegrini, in empatica condivisione con essa, delle tribolazioni del cammino. Questi affreschi, prosegue Bruno Santi “rivelano nella sapienza della composizione, nella sicurezza del disegno, nelle fisionomie avvenenti delle figure, ormai ispirate alle levigate immagini di Raffaello Sanzio, la mano del Sodoma, uno dei maggiori maestri de Cinquecento. Uno spirito estroso, abile decoratore per papi, famiglie aristocratiche ed ordini religiosi (notissimo e ammirato il ciclo di affreschi con le Storie di San Benedetto nell’archicenobio benedettino del vicino Monte Oliveto Maggiore). Nonostante i pesantissimi ripassi e le grevi ridipinture, gli affreschi della cappella della Fratta indicano con pienezza la maestria e le capacità espressive del pittore che qui ci espone l’arte della fase matura della sua attività, con l’infittirsi delle figure e toni cromatici più impastati e chiaroscurati” (Santi, 1996).
L’apparato decorativo della cappella si arricchisce anche di due composizioni sacre, settecentesche, modellate in stucco, collocate su due altari laterali. Nell’altare di destra si colloca un crocifisso ligneo, circondato da angeli e venerato da due figure inginocchiate. In una di queste è facilmente individuabile la figura di San Rocco che, con l’attributo del bordone del pellegrino, è ritratto di sovente a protezione dei viandanti lungo le vie peregrinalis. Nell’altare di sinistra si colloca il busto della Madonna, anch’essa circondata da cherubini e anch’essa venerata dalle figure inginocchiate dei santi più cari ai senesi: Santa Caterina e San Bernardino, che reca in mano l’Orifiamma ovvero il sole radiante che col trigramma di cristo IHS (Iesus Hominum Salvator) che ricorre nell’apparato iconologico che costella la via di pellegrinaggio ma che anche si colloca a protezione di tanti palazzi pubblici e privati del senese. Infine anche i virtuosismi e la foggia elegante dei candelieri bronzei dell’altar maggiore, recanti lo stemma dei Gori Pannilini, sono concepiti con una sapienza formale che palesa la preparazione tecnica della manifattura settecentesca che li ha realizzati. Anch’essi, come l’altare centrale, che pur essendo ben più tardi s’ispirano agli omologhi modelli che costituiscono l’apparato decorativo della cattedrale dell’Assunta di Siena.
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